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Da: La regione, 17.04.08, pag 5

Appello di Gendotti a polizia e magistrati
Violenza giovanile a scuola, il capo del Decs auspica un ‘giro di vite’ nelle punizioni. Al vaglio diverse altre misure


A scuola si registrano fenome­ni di ‘sabotaggio’ del clima di la­voro, atteggiamento omertoso, pressioni sui compagni (mob­bing, minacce, aggressioni ver­bale, ricatti), abbigliamento pro­vocatorio, apatia e mancanza ge­neralizzata del rispetto delle per­sone e delle cose (vandalismo). La soluzione? Fissare un tetto massimo di 400-500 allievi per ogni sede scolastica in modo da gestire più facilmente il minor numero di casi difficili; creare ‘spazi di convivenza’ all’interno degli istituti; istituire la figura del ‘mediatore di classe’; fissare paletti chiari per le ‘regole del gioco’; attivare appositi mediato­ri sociali.
Sono, queste, alcune delle pos­sibili misure, per contenere il fe­nomeno del disagio e della vio­lenza giovanile a scuola, emerse martedì a Bellinzona durante il plenum dei direttori degli istitu­ti professionali. Dal canto suo il direttore del Decs, Gabriele Gen­dotti, rivolgendosi ai presenti ha auspicato un giro di vite nell’ap­plicazione delle punizioni da parte delle forze dell’ordine.
Al termine della giornata è stata ribadita la necessità di una formazione specifica per i do­centi, assicurando anche una certa mobilità professionale (so­prattutto per chi ha più anni di servizio) e una condivisione e so­stegno interni. Da più parti è sta­to chiesto fino a che punto è so­stenibile
l’integrazione ad ol­tranza di casi difficili nelle classi regolari.
In un comunicato diffuso ieri il Dipartimento educazione, cul­tura e sport (Decs) e la Divisione della formazione professionale ribadiscono l’importanza e la ne­cessità di «
mantenere alta la guardia nei confronti del disagio e della violenza giovanili che si re­gistrano nelle scuole ticinesi ». Con una doverosa premessa: il fenomeno « investe un numero li­mitato di ragazze e di ragazzi ». A preoccupare sono le moda­lità con le quali il disagio si ma­nifesta: « Dal ‘semplice’ disturbo in classe alle aggressioni verbali, dalle prime vie di fatto a esplosio­ni di violenza fisica ». La scuola
«
non è completamente imprepa­rata, anche se il corpo docente non sempre dispone degli stru­menti adatti ». Da qui la necessità di trovare misure d’intervento « che sappiano arginare efficace­mente il fenomeno facendo capo ad altri attori istituzionali come la polizia e la magistratura ».
Le proposte sul tavolo saranno approfondite ed elaborate in det­taglio nel corso delle prossime settimane. Secondo Gendotti «
bi­sogna arrivare a una rete di azio­ni condivise fra tutti i protagoni­sti della formazione dei giovani per raggiungere l’obiettivo di al­zare di molto il livello al di là del quale oggi si ritiene legittimo, nel­l’ambito di una normale contrap­posizione fra giovani, il passag­gio alla violenza ». In quest’ambi­to, ha proseguito il consigliere di Stato, « possono certamente dare il loro contributo anche magistra­tura e polizia, magari con un giro di vite nell’applicazione di puni­zioni, con effetto deterrente, anche se intervengono purtroppo quan­do i livelli di guardia sono già ol­trepassati ». Lo stesso discorso può valere per le sedi scolastiche? No, se­condo Gendotti: « Non si può ar­rivare, come peraltro era stata evocata da un collegio di docenti, a una sorta di polizia scolastica di pronto intervento per sedare risse o prendere in consegna ‘manu militari’ allievi partico­larmente esagitati. Per queste funzioni c’è già la polizia ordina­ria, dei Comuni e del Cantone ». Alla riunione era presente an­che il procuratore Antonio Peru­gini, che coordina il gruppo ope­rativo di coordinamento giova­ni- violenza-educazione. La sua ricetta? « Poche regole fondamen­tali, purché vengano fatte rispet­tare da tutti ». E poi « bisogna va­lorizzare i docenti che hanno il co­raggio d’intervenire contro que­sta minoranza di giovani ».
Paolo Colombo, direttore della Divisione della formazione pro­fessionale, ha evidenziato che «
all’interno della scuola esistono già regole chiare che vanno ri­spettate da tutti; in caso contrario vi sono sanzioni certe che possono e devono essere applicate ».




Ne hanno discusso martedì i direttori delle scuole professionali
TI- PRESS

 

Da: La regione, 18.04.08, pag 25

Abuso di alcol, si abbassa l’età
Cresce fra i giovanissimi comaschi il consumo di alcol. Oltre il 60% dei ragazzi fra i 13 e i 15 anni, al di sotto quindi dell’età legale, eccede nel bere. Il dato è contenuto nel rapporto dell’Istituto supe­riore della sanità, fornito ieri in occasione dell’Alcohol
Prevention Day programmato in tutta Italia. L’Azienda sanitaria locale di Como, sempre ieri, nelle scuole medie superiori della provincia ha proposto una campagna itinerante. Sono stati distribuiti etilotest, opuscoli e materiale informativo; e proiettati video sul rapporto guida e alcol. Sono stati anche forniti altri dati contenuti in uno studio dell’Asl: i ragazzi comaschi si avvicinano la prima volta al­l’alcol in media a 12,2 anni a fronte dei 14,6 della media europea. Numerosi anche i casi di bambini di 10 anni, tanto che sono in can­tiere iniziative mirate nelle elementari e medie inferiori. Stando sempre allo studio i giovani comaschi si ubriacano cinque volte al mese. Birra, vino e superalcolici, bevuti lontano dai pasti. M.M.

Da: Corriere del Ticino, 16.04.08, pag 13

Lo spaccio in biblioteca
«Ecco com’è cambiato il mondo della cocaina»


Il procuratore Antonio Perugini l’ha detto e ripetuto più volte: l’età dei consumatori di cocaina si sta abbassando vertiginosamente. Ci so­no liceali che sono consumatori abituali, ma adesso la cocaina sta spo­polando anche tra i 14-15.enni. Poi, si sa, il Procuratore che denun­cia una situazione pericolosa è ancora percepito, da alcuni, come «voce che grida nel deserto». Lunedì, però, in Parlamento, si è parla­to a lungo di cocaina (cfr. CdT 15.04) definendo la situazione venu­tasi a creare in Ticino di «emergenza sanitaria». Sono girate anche ci­fre piuttosto importanti: sul numero di consumatori in Ticino – 7.000 –, su consistenza e origine dello spaccio («solo il 15% sarebbe ricon­ducibile alle bolas»), sui provvedimenti da adottare per arginare il fe­nomeno. Noi, oggi, vi proponiamo le testimonianze di tre giovani – due 23.enni e un apprendista 16.enne –: fotografia di una realtà. m.c.

L’ INTERVISTA

’’


Aprile. Sabato pomeriggio. At­tendiamo, ai bordi di un campet­to di calcio della periferia luga­nese. Alcuni genitori accompa­gnano i figli verso gli spogliatoi. Pochi minuti dopo, un colpo di clacson. Flavio e Roberto (nomi di fantasia) sono arrivati. I due giovani, entrambi 23.enni, han­no promesso di rivelare al Cor­riere del Ticino alcuni retrosce­na del mondo della cocaina in Ti­cino. Flavio e Roberto, pur non essendo consumatori di “polve­re”, sono bene infor­mati sulle attuali ten­denze. I loro amici ­sia in qualità di con­sumatori, sia in quali­tà di spacciatori - han­no spesso a che fare con il mercato nero della droga. Le loro in­formazioni sembrano attendibili. «Si tratta comunque di cose – tengono a precisare – che chiunque può vedere il ve­nerdì eilsabatoseraperlastrada o in un qualsiasi locale notturno. Basta saper riconoscere alcuni segnali per capire che il consu­mo di cocaina è ormai un feno­meno radicato nella nostra socie­tà ».
Quanti tipi di cocaina girano nella zo­na di Lugano?

«I canali principali sono essen­zialmente due: gli spacciatori di colore nella zona di Besso oppu­re le conoscenze personali. I pri­mi sono soprannominati “bolas”, per l’abitudine di spacciare co­caina in pacchetti a forma di pal­lina del peso “ipotetico” di un grammo. Il più delle volte, infat­ti, si tratta di 0.7 o 0.8 grammi ef­fettivi di coca venduti a 100 fran­chi circa. Si tratta spesso di “pol­vere” pericolosa, tagliata – vale a
dire mischiata e miscelata – con sostanze chimiche sconosciute simili ad anfetamine o ecstasy. Gli agenti naturali derivati dalla pianta di coca vengono quindi sommati a stupefacenti di natura artificiale: un mix, come detto, che talvolta può risultare fatale. Tramite amici, invece, il prezzo va dai 120 ai 200 franchi, ma è più difficile incappare in cocaina di qualità infima:innanzitutto i pac­chetti pesano un grammo esatto e poi, spesso, si tratta di cocaina pura. Ciò significa che il compra­tore può tagliare la polvere au­mentandone di un buon terzo il peso effettivo; le sostanze mag­giormente utilizzate per questo tipo di operazione sono agenti neutri come il lattosio o medicinali blandi come il Dafalgan, ma si arriva a usare anche lo “speed”(dall’ingle­se velocità), un mix piuttosto forte di so­stanze anfetamini­che ».
Dove si acquista e dove si consuma cocaina?

«Non bisogna certo credere che l’unico luogo di acquisto della cocaina sia la strada! In una nota biblio­teca vicino al centro di Lugano, ad esempio, è facile notare come circolino persone di colore impe­gnate a spacciare: il luogo è tran­quillo, pulito, e hanno a disposi­zione un’ora di Internet al giorno per procurarsi i contatti. Di solito lavorano in coppia:uno fa il palo davanti ai bagni, l’altro agisce al­l’interno. I resti delle loro merci all’interno dei cestini, come car­tine e buste, sono una prova elo­quente. Basta tenerli d’occhio per qualche ora per capire tutto. Par­lando invece di luoghi di consu­mo, le cose sono migliorate:pochi anni fa numerosi locali notturni erano veri e propri centri di scam­bio, ma ora in alcune discoteche i bagni sono sorvegliati da butta­fuori e le porte non possono es­sere
chiuse a chiave. Ciò spinge molti clienti a consumare al­l’esterno del locale, spesso in macchina o nei parcheggi».
Quali i metodi principali di assunzio­ne della droga?

«Quello più comune, ovviamen­te, è l’assunzione via naso. Con un grammo di cocaina è possibi­le stendere dalle quattro alle sei “piste” di polvere, che vengono inalate tramite cannucce o ban­conote arrotolate. Ma c’è anche il metodo del “ferretto” ovvero leccare una sigaretta e intingerla nella polvere: la cocaina ha così un effetto molto più rapido, poi­ché inalata direttamente nei pol­moni tramite il fumo. Un’altra for­ma di assunzione, questa volta più casalinga, è nota come “free­base”: la cocaina viene miscelata con ammoniaca e posta – avvol­ta dalla carta stagnola – alla base di una pipa ad acqua. In questo caso il consumatore inala la dose completa in un colpo solo, che sale immediatamente alla testa. Gli effetti sono spesso devastan­ti (talvolta si rischia l’overdose) e la possibilità di una dipendenza psico-fisica è molto più forte».

Che effetti prova un consumatore di cocaina?

«Inizialmente si sente più forte e potente, viste le qualità stupefa­centi e eccitanti degli agenti pre­senti nella pianta della coca. Non a caso, infatti, i contadini suda­mericani masticano foglie di co­ca per resistere ai lunghi turni di lavoro. A poco a poco, però, gli ef­fetti scemano e subentra la dipen­denza: il consumatore si irrigidi­sce e subisce sempre più spesso cambi improvvisi d’umore, dive­nendo estremamente nervoso a qualunque ora del giorno. La co­caina diventa sempre più un’esi­genza. Alcuni nostri conoscenti ne assumono in occasione delle partite di calcio, durante l’inter­vallo, mentre altri addirittura non escono la sera se non sono sicu­ri di potersi tirare una striscia pri­ma di entrare in discoteca».

Quali i rischi maggiori?

«La dipendenza, purtroppo, è un pericolo reale. Tutto avviene mol­to gradualmente: prima si assu­me cocaina una volta al mese, poi una volta a settimana, infine quo­tidianamente. Questo consumo, oltre a bruciare neuroni e perfo­rare la mucosa e la cartilagine del naso in maniera spesso irrepara­bile, implica un costo non indiffe­rente. Conosciamo numerose persone che si sono rovinate eco­nomicamente per questo moti­vo, spendendo anche 4.000 fran­chi
al mese in “polvere”. Nume­rose anche le persone che non so­no riuscite a trovare una soluzio­ne, finendo male. Uscire dal giro, infatti, è più difficile di quanto si creda. A nostro parere, l’unica so­luzione è l’isolamento in comu­nità ».
Quali le tendenze attuali del mercato?

«C’è un aumento del consumo su tutti i fronti, principalmente do­vuto alla diminuzione dei prezzi che in cinque anni sono passati dai 130-170 franchi agli 80-120 al grammo. Ma quello che più pre­occupa è l’abbassamento del li­mite di età: una volta la cocaina era la droga dei ricchi, accessibi­le solamente a chi poteva avere una certa disponibilità economi­ca. Oggi, invece, si comincia ad assumere cocaina già a 14 anni».

Per quali motivi un ragazzo così giova­ne dovrebbe assumere cocaina?

«I motivi sono molteplici. Si se­gue, ad esempio, una moda. Il consumo sembra infatti diventa­to un’abitudine “normale” per la nostra società. Pensiamo ad esempio ai modelli che i giovani hanno davanti agli occhi:star del cinema e della moda, ma anche dottori e avvocati che, pur assu­mendo cocaina, hanno successo e ottengono contratti milionari. Inoltre abbiamo l’impressione che oggi i giovani abbiano tutto
e troppo in fretta: ai nostri tem­pi, fumare una sigaretta di nasco­sto o comprare una birra al su­permercato era il massimo della trasgressione, mentre oggi si tira cocaina. E sono passati solo otto anni! La società, insomma, sta cambiando».
Cosa, in particolare, è cambiato in co­sì poco tempo?

«Come detto, i ragazzi hanno già tutto in giovanissima età. Telefo­nino, allacciamento a Internet, possibilità di chattare con i com­pagni: in questo modo è molto più facile comunicare, conoscere gen­te ed entrare eventualmente a far parte di compagnie “a rischio”.Sa­rebbe meglio avere queste possi­bilità a tempo debito,
con un mag­giore controllo da parte dei geni­tori che dovrebbero porre più li­miti. Il cambiamento sociale di questi anni è forte, ma le conse­guenze si vedranno probabilmen­te fra una decina d’anni:genera­l­izzare è sbagliato, ma il rischio che la prossima generazione sia più “sballata” della nostra è – a nostro parere – un rischio reale».
Il fischio d’inizio della partita, ca­tegoria allievi D, pone fine alla nostra conversazione. Chissà se quei ragazzini, di 10-12 anni, che stanno giocando, tra pochi mesi entreranno a contatto con la re­altà che ci hanno dipinto Flavio e Roberto?
Mattia Bertoldi







METODI D’ ASSUNZIONE «Quello più comune è “via naso”, ma ci so­no anche il “ferretto” e il “freebase”».

 

 IL RACCONTO DI LUCA, APPRENDISTA SEDICENNE
«Qualcuno che tira c’è sempre»


Luca (il nome è di fantasia) ha poco più di 16 anni e frequenta il secondo anno di apprendistato. Come tutti gli adolescenti ama uscire con gli amici, girare in scoo­ter e divertirsi nei fine settimana. Ma da qualche tempo a questa parte le cose sono cambiate: nel­la sua compagnia, composta di giovani tra i 15 e i 18 anni, è esplo­so il fenomeno cocaina.
«Su dieci persone che conosco dai tempi delle scuole medie – dice Luca – almeno quattro assumono più o meno regolarmente cocai­na. Bisogna comunque sottolinea­re che se un minorenne ama usci­re e girare in compagnia, è inevita­bile che venga a contatto con que­sto tipo di droga, qualunque sia la città o il locale. Qualcuno che ti­ra, infatti, c’è sempre».

Come si procurano la cocaina i tuoi amici? Dove la consumano?

«A Besso, tramite alcuni spaccia­tori di colore. Alcuni miei amici, addirittura, conservano nel pro­prio
telefonino il numero di alcu­ni “pusher” di fiducia. Una volta trovata la merce, si riuniscono in gruppo per consumarla insieme. I luoghi cambiano, ma si tratta sempre di posti riservati e poco rischiosi come l’automobile di qualcuno o la casa lasciata libe­ra dai genitori».
Per quale motivo, secondo te, tirano cocaina?

«Inizialmente penso lo facciano per provare, per non mostrarsi in­feriori ai compagni e per andare contro le regole. Inoltre tentano di emulare i più grandi, che spes­so coinvolgono i giovani e li invi­tano a provare in un’atmosfera di gruppo apparentemente gioiosa e goliardica».

Il problema della dipendenza colpi­sce anche i più giovani?

«Certo. Tre miei conoscenti, ad esempio, tutti apprendisti, han­no speso quasi 4.000 franchi in cocaina nel giro di tre settimane. Non ne hanno mai abbastanza,
anche perché molti non si accon­tentano di “tirare” solamente nei fine settimana, in occasione del­le uscite serali per locali: voglio­no assumerne anche nei giorni fe­riali, prima o dopo il lavoro o la scuola».
Riesci a capire quando qualcuno dei tuoi amici ha appena tirato cocaina?

«È molto difficile riconoscere con certezza se una persona ha appe­na assunto cocaina oppure no. Fi­sicamente, infatti, la persona non cambia molto. Ad ogni modo i miei amici amano annunciarlo ad alta voce per esaltarsi e, spesso, per incitarti a fare lo stesso».

Perché hai deciso di non entrare a far parte di questo mondo?

«Sono conscio del fatto che ini­ziare può significare perdersi in un vortice di dipendenza e non ho voglia di perdere tempo e sol­di in una schifezza simile che non ti offre nulla in cambio, se non l’il­lusione di sentirsi grande e forte di fronte agli altri».

 

Da: www.tio.ch

Roma, 28 mar.2008 (Adnkronos Salute) - Italia

Monitorare gli effetti psicologici, su bambini e genitori, della nuova legge sull'affidamento condiviso dei figli in caso di separazione, in vigore da circa due anni.

Obiettivo: avere una fotografia affidabile dei benefici, finora ipotizzati ma non ancora verificati, della svolta normativa. E' l'impegno dell'Associazione italiana di psicologia giuridica (Aipg) che domani a Roma, ha organizzato il convegno "La capacità genitoriale. Aspetti valutativi e peritali", in programma al Centro congressi Hotel Quirinale in via Nazionale, proprio per fare il punto sui primi risultati, in termini psicologici, della legge.

"Puntiamo ad avere, entro un anno probabilmente - spiega il presidente dell'Aipg, Paolo Capri, all'ADNKRONOS SALUTE - una serie di dati sugli effetti psicologi della legge per i bambini e la coppia. Ma già durante il convegno di domani, i relatori forniranno, attraverso l'analisi di casi particolari, le prime indicazioni per comprendere cosa sta succedendo. Analizzeremo diversi aspetti delle capacità genitoriali che si riflettono, inevitabilmente, sullo sviluppo emotivo, affettivo e sessuale dei minori coinvolti nella separazione". La nuova legge sull'affidamento condiviso - o della 'bigenitorialità' come preferiscono definirla gli psicologi - aveva l'obiettivo "di attenuare la tensione - continua Capri- spesso fortissima che c'è tra i coniugi, quando comincia una separazione, rispetto all'affidamento dei figli".

Nel precedente assetto legislativo "il bambino veniva affidato nel 92,7% dei casi alla madre. La figura paterna era, dunque, spesso estromessa dagli aspetti educativi sociali e ambientali. La nuova legge, del febbraio 2006, approvata in maniera trasversale, consente oggi la presenza dei due genitori nella vita dei più piccoli". Dal punto di vista teorico, dunque, " i figli dovrebbero stare psicologicamente meglio, perché hanno una maggiore possibilità di 'vivere' la figura paterna. Più precisamente c'è una maggiore responsabilizzazione di ambedue i genitori." Dai dati già a disposizione emerge che in oltre il 90% dei casi i magistrati accolgono la richiesta di affidamento congiunto. "Sono rari i casi - precisa Capri- in cui, per grave disinteresse o comportamenti considerati pericolosi per i minori di uno dei genitori, non si può ricorrere alla nuova legge". Nella quasi totalità dei casi, comunque, il bambino "abita sempre con la madre. Siamo ancora in una fase di cambiamento. Alle novità normative deve, con il tempo, corrispondere anche un cambiamento sociale e culturale" .

Per l'esperto è ancora troppo presto per indicare gli eventuali effetti positivi della 'bigenitorialità' - che dovranno quindi essere meglio individuati e analizzati nello studio in corso - "ma mi aspetto che emergeranno miglioramenti dal punto di vista dell'identificazione sessuale dei minori coinvolti nelle separazioni, questo perché, semplicemente, il bambino continua ad avere due figure di riferimento". Per l'Aipg, il monitoraggio sul nuovo assetto normativo è solo la continuazione di un percorso avviato da anni. "Con la legge precedente - precisa il presidente dell'associazione - avevamo già fatto uno studio approfondito sulle coppie che si contendono i figli, sulle differenze tra i comportamenti dei genitori e i riflessi sui figli".

In quel caso era emerso che "i componenti delle coppie che arrivavano alla separazione giudiziale, con grossi conflitti, non erano molto diversi tra loro. In termini psicologici marito e moglie si assomigliavano: il conflitto era legato proprio al fatto di non riuscire ad accettare la separazione". Quelli che, invece, volevano realmente separarsi, "erano 'maturi' per scegliere una strada diversa e optavano per la separazione consensuale, con minori danni per i figli. Paradossalmente i più litigiosi erano quelli fondamentalmente più simili tra loro e ancora molto legati. Proprio per la difficoltà di separarsi arrivavano a conflitti sempre più forti, una escalation che pesava fortemente sul minore che aveva disturbi affettivi e di sviluppo della personalità".

 CdT 7.4.08 pag 22

Serata informativa su genitori e educazione

Nell’ambito della campagna nazionale «L’educazione rende forti», il comitato genitori della scuola media di Riva San Vita­le, in collaborazione col comita­to genitori dell’istituto scolasti­co comunale, propone una se­rata informativa su «L’educazio­ne rende forti» giovedì 10 aprile dalle 20.30 nell’aula magna della scuola media. Relatore sarà il professor Giorgio Comi, pedagogista, specializzato nella formazione degli adulti.

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